Un réel pour le XXI sciècle
ASSOCIAZIONE MONDIALE DI PSICANALISI
IX Congresso dell'AMP • 14-18 aprile 2014 • Paris • Palais des Congrès • www.wapol.org

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TESTI DI ORIENTAMENTO
Presentazione del tema del IX° Congresso dell' AMP
di Jacques-Alain Miller

Jacques-Alain MillerNon vi farò attendere per molto tempo il tema del prossimo Congresso. Una nuova serie di tre temi è iniziata con "L'ordine simbolico del XXI° secolo". Sarà una serie dedicata soprattutto all'aggiornamento della nostra pratica analitica, del suo contesto, delle sue condizioni, delle sue coordinate inedite nel XXI° secolo, quando cresce ciò che Freud chiamava "il disagio della civiltà" e Lacan decifra come le strettoie senza uscita della civiltà.

Si tratta di lasciarci dietro il XX° secolo, lasciarlo dietro di noi per rinnovare la nostra pratica in un mondo, anch'esso abbastanza ristrutturato da due fattori storici, due discorsi: il discorso della scienza e il discorso del capitalismo. Sono i due discorsi che prevalgono nella modernità e che dall'inizio, dalla loro apparizione, hanno cominciato a distruggere la struttura tradizionale dell'esperienza umana. Il dominio combinato dei due discorsi, appoggiati l'uno all'altro, è cresciuto a tal punto che è riuscito a distruggere, e forse a rompere, persino i fondamenti più profondi della così detta tradizione.

Questo lo abbiamo visto con il tremendo cambiamento dell'ordine simbolico, la cui pietra angolare si è frantumata: la pietra angolare – cioè il Nome del Padre – si è frantumato. La pietra angolare è, come lo dice Lacan con estrema precisione, il Nome del Padre secondo la tradizione. Il Nome del Padre secondo la tradizione è stato toccato, è stato svalutato dalla combinazione di due discorsi, quello della scienza e quello del capitalismo. Il Nome del Padre, famosa funzione chiave del primo insegnamento di Lacan, può ora dirsi funzione riconosciuta attraverso tutto il campo psicoanalitico, sia lacaniano che no.

Il Nome del Padre, funzione chiave, è stato svalutato, disprezzato dallo stesso Lacan nel corso del suo insegnamento, che non ne ha fatto nient'altro che un sinthomo, ovvero la supplenza di un buco. In quest'assemblea, possiamo dire, con un cortocircuito, che questo buco colmato dal "sintomo Nome del Padre" è l'inesistenza del rapporto sessuale nella specie umana, specie degli esseri viventi che parlano. E la svalutazione del Nome del Padre nella clinica introduce una prospettiva inedita che Lacan esprime dicendo che "Tutto il mondo è folle, cioè delirante".[2] Non è una battuta! Traduce l'estensione della categoria della follia a tutti gli esseri parlanti che soffrono della stessa carenza di sapere in ciò che ha a che fare con la sessualità. Quest'aforisma è rivolto a quanto hanno in comune le strutture cliniche: nevrosi, psicosi e perversione. Naturalmente fa tremare, mette in agitazione la differenza nevrosi e psicosi, che è stata finora la base della diagnosi psicoanalitica e tema inesauribile dell'insegnamento.

Per il prossimo Congresso propongo di entrare di più nelle conseguenze di questa prospettiva studiando il reale del XXI° secolo. Questa parola, "reale", Lacan la usa in un modo che gli è proprio, che non è sempre stato lo stesso e che dobbiamo chiarire. Ma credo ci sia un modo di dirlo che ha una specie di evidenza intuitiva per ciascuno di quelli che si sono formati nel XX° secolo e che ora, per un certo tempo, appartengono al XXI°.

C'è un grande disordine nel reale. È questa stessa formula che propongo per il congresso di Parigi del 2014: "Un grande disordine nel reale del XXI° secolo".

Vorrei condividere con voi i primi pensieri che mi provoca questo titolo che ho potuto formulare solo due giorni fa. Sono pensieri rischiosi per lanciare la nostra discussione della Scuola Una che durerà due anni, naturalmente non per chiudere questa discussione.

Il primo pensiero che mi venne in mente a tale proposito, l'ho accolto così com'era ed è il seguente: una volta il reale si chiamava la natura. La natura era il nome del reale quando nel reale non c'era disordine. Quando la natura era il nome del reale, si poteva dire, come disse Lacan, che il reale torna sempre allo stesso posto. Soltanto in quell'epoca in cui il reale si mascherava da natura sembrava la manifestazione più evidente, più elevata dello stesso concetto di ordine. Il ritorno del reale nello stesso luogo, lo oppone ovviamente al significante, in quanto ciò che caratterizza il significante è lo spostamento, la Enstellung, come diceva Freud. Il significante si connette, si sostituisce in modo metaforico o metonimico, e torna sempre in luoghi inattesi, sorprendenti. Invece, il reale – in quell'epoca in cui si confondeva con la natura – si caratterizzava perché non sorprendeva. Si poteva attendere tranquillamente la sua apparizione nello stesso luogo e nella stessa data.

Gli esempi di Lacan per illustrare il ritorno del reale nello stesso posto sono il ritorno annuale delle stagioni, lo spettacolo del cielo e degli astri. Questo è servito da modello in tutta l'antichità, ad esempio nei rituali cinesi che utilizzano calcoli matematici per misurare la posizione degli astri, ecc. Si può dire che in quest'epoca il reale, in quanto natura, aveva la funzione di Altro dell'Altro, cioè il reale era la garanzia stessa dell'ordine simbolico. La mobilità retorica del significante nel dire umano era inquadrata da una trama di significanti fissi come gli astri. La natura – questa è proprio la sua definizione – si definisce per essere ordinata dalla congiunzione del simbolico e del reale. A tal punto che secondo la tradizione più antica ogni ordine nell'umano doveva imitare l'ordine naturale. E si sa bene, ad esempio, che la famiglia come formazione naturale, serviva da modello alla messa in ordine dei gruppi umani e il Nome del Padre era la chiave del reale simbolizzato.

Non mancano gli esempi di questo ruolo della natura nella storia delle idee, c'è tanto da dire e abbiamo così poco tempo che non potremo esaurire la cosa oggi. Bisogna indagare sulla storia dell'idea di natura con la formula che la natura era il reale, l'ordine. Ad esempio, il mondo nella fisica di Aristotele si ordina in due dimensioni invariabili: il mondo di sopra separato dal mondo sublunare – come si dice – e ogni essere cerca il luogo proprio. Così funziona questa fisica che è una topica, cioè, un insieme di luoghi ben fissati.

Con l'entrata del Dio della creazione – diciamo del Dio cristiano – l'ordine si mantiene, in quanto la natura creata da Dio risponde alla sua volontà. L'ordine divino persiste benché non ci sia più la separazione dei mondi aristotelici; l'ordine divino, che è come una legge promulgata da Dio e incarnata nella natura. A partire di qui si impone il concetto di legge naturale, e bisogna vedere un poco, in San Tommaso d'Aquino, la definizione di legge naturale che apre il passo a una specie di imperativo. Lo diciamo in latino un noli tangere, non toccare la natura, perché c'era la percezione che si poteva toccare la natura, che ci sono atti umani che vanno contro la legge naturale, atti bestiali, in particolare, e contro i quali c'era l'imperativo di non toccare la natura. E devo dire, benché forse non sia il modo di sentire della maggioranza qui, che considero ammirevole il modo in cui anche oggi la chiesa cattolica lotta per proteggere il reale, l'ordine naturale del reale, nei problemi della riproduzione, della sessualità, della famiglia, eccetera. Ovviamente, si tratta di elementi anacronistici, ma che testimoniano la presenza, la durata, la solidità di questo discorso antico. Si potrebbe dire che è ammirevole come causa perduta perché tutti sentono che il reale è fuggito dalla natura. Fin dall'inizio la chiesa aveva percepito che il discorso della scienza avrebbe toccato il reale che lei proteggeva come natura, ma non bastò imprigionare Gallileo per bloccare l'irresistibile dinamica scientifica, come non bastò qualificare di torpitudo l'avidità del profitto, del guadagno, per bloccare la dinamica del capitalismo. È San Tommaso che utilizza la parola latina torpitudo per il progresso.

Causa perduta? Lacan diceva anche che la causa della chiesa annunciava forse un trionfo. E perché? Perché il reale emancipato dalla natura peggiora sino a diventare insopportabile. C'è una sorta di nostalgia dell'ordine perduto e, benché non lo si possa recuperare, continua a mantenersi vivo come illusione.

Prima della stessa apparizione del discorso della scienza, si nota l'emergenza di un desiderio di toccare il reale agendo sulla natura, facendola obbedire, mobilitando e utilizzando la sua potenza. In che modo? Prima della scienza, un secolo prima del discorso scientifico, questo desiderio si dimostra in ciò che si chiamò la magia. La magia è altra cosa dal trucco dell'illusionista che convochiamo per distrarre i bambini.

Lacan la considera così importante che nell'ultimo testo degli scritti, La scienza e la verità,[3]inscrive la magia come una delle quattro condizioni fondamentali della verità: magia, religione, scienza e psicoanalisi. Quattro termini che anticipano qualcosa dei famosi "quattro discorsi". Definisce la magia come la chiamata diretta al significante che sta nella natura a partire dal significante dell'incantamento. Il mago parla per far parlare la natura, per turbarla e questo è già infrangere l'ordine divino del reale, in modo tale che si perseguitarono i maghi in quanto la magia era come la stregoneria.

Ma questa magia era già l'espressione di un anelo verso il discorso scientifico. Questa è stata la tesi di un'erudita Frances Yates, la quale considera che l'ermetismo abbia aperto al discorso scientifico.[4] Ed è un fatto storico che lo stesso Newton fu un alchimista di valore. Riprendendo i lavori dell'economista John Maynard Keynes su Newton, F. Yates mostra che aveva trascorso più anni a interessarsi dell'alchimia che delle leggi di gravitazione. Evoco questo come argomento da studiare in questo ramo della storia della scienza.

Ma noi seguiremo piuttosto Alexandre Koyré[5] quando insiste che la magia fa parlare la natura mentre la scienza la fa tacere. La magia è incantamento, occultazione, retorica. Con la scienza invece uno passa dalla parola alla scrittura secondo il detto di Galileo: "la natura è scritta in linguaggio matematico".[6]

Bisogna ricordare che alla fine del suo insegnamento, Lacan non aveva dubbi a chiedersi se la psicoanalisi – quando non aveva più l'ambizione di farla diventare scientifica – non potesse essere una sorta di magia; lo dice una volta, però l'eco di queste parole va considerato. Con questo comincia ovviamente un mutamento della natura e lo possiamo esprimere con l'aforisma di Lacan "c'è un sapere nel reale"[7]; questa è la novità: qualcosa sta scritto nella natura.

Si è continuato a parlare di Dio e della natura, ma Dio non era altro che un soggetto supposto sapere, un soggetto supposto al sapere nel reale. La metafisica del secolo XVII° descrive un Dio del sapere che calcola, dice Leibniz, o che si confonde con questo calcolo, dice Spinoza. In ogni caso si tratta di un Dio matematizzato.

Dirò che il riferimento a Dio, velando la vecchia illusione di Dio, ha permesso il passaggio dal cosmo finito all'universo infinito. Con l'universo infinito della fisica matematica, con i filosofi del XVIII° secolo la natura sparisce, diventa solo un'istanza morale e comincia a svelarsi il reale.

Mi sono interrogato sulla formula "c'è un sapere nel reale". Sarebbe una tentazione dire che l'inconscio si trova a questo livello. Invece, la supposizione di un sapere nel reale mi sembra un ultimo velo che bisogna sollevare. Se c'è un sapere nel reale, c'è una regolarità. Il sapere scientifico permette di prevedere, è orgoglioso di prevedere, in quanto esso dimostra l'esistenza di leggi: Non occorre un enunciatore divino di queste leggi perché continuino a sussistere. Ed è attraverso questa idea di leggi che si è mantenuta la vecchia idea della natura nell'espressione stessa di "leggi di natura".

Einstein, come Lacan ce lo riporta, si riferiva a un Dio onesto che rifiuta sempre il gioco d'azzardo. Era il suo modo di opporsi alle conseguenze della fisica quantistica di Max Planck; in Einstein era un tentativo di tener fermo il discorso della scienza e la rivelazione del reale. Poco a poco, la fisica ha dovuto produrre l'incertezza probabilista, proveniente dall'economia; cioè ha dovuto far posto a un insieme di nozioni che minacciano il soggetto supposto sapere. Non si è potuto rendere equivalenti il reale e la materia. Con la fisica subatomica, i livelli della materia si moltiplicano e diciamo che il La della materia, come il La della donna, svanisce.

Forse, poiché qui rischio un cortocircuito. Rispetto all'importanza delle leggi della natura, si capisce la risonanza tremenda che dovrebbe avere l'aforisma di Lacan "il reale è senza legge".[8] Questa è la formula che testimonia la rottura totale tra natura e reale. È una formula che taglia decisamente la connessine tra loro. Essa attacca l'inclusione del sapere nel reale che mantiene la subordinazione al soggetto supposto sapere.

Nella psicoanalisi non c'è sapere nel reale, il sapere è una elucubrazione sul reale, un reale spogliato di ogni supposto sapere. Per lo meno questo è quanto Lacan inventò come il reale, fino al punto di chiedersi se questo non fosse il suo sintomo, se questo non fosse la pietra angolare che gli permetteva di mantenere la coerenza del suo insegnamento.

Il reale senza legge sembra impensabile, è un'idea limite. In primo luogo vuol dire che il reale è senza legge naturale. Ad esempio, tutto quello che era stato l'ordine immutabile della riproduzione è in movimento, in trasformazione. Che si tratti della sessualità o della costituzione dell'essere vivente umano, con tutte le prospettive di migliorare la biologia della specie che appaiono ora, nel secolo XXI°.

Il secolo XXI° si annuncia come il grande secolo della bioengineering che darà occasione a tutte le tentazioni dell'eugenismo. La migliore descrizione di ciò che con evidenza sperimentiamo oggi è in accordo con ciò che Karl Marx ha detto nel suo Manifesto del partito comunista a proposito degli effetti rivoluzionari del discorso del capitalismo sulla civiltà.

Mi piacerebbe leggere alcune frasi di Marx che aiutino ad una riflessione sul reale: "La borghesia non può esistere se non a patto di rivoluzionare incessantemente gli strumenti di lavoro, vale a dire il modo di produzione, e quindi tutti i rapporti sociali; […] questo costante scuotimento di tutto il sistema sociale […]. Tutti i tradizionali e irrigiditi rapporti sociali, con il loro corollario di credenze e venerati pregiudizi, si dissolvono; e quelli che li sostituiscono diventano antiquati ancor prima di cristallizzarsi. Tutto ciò che era solido e stabile viene scosso, tutto ciò che era sacro viene profanato"…[9]

Dirò che il capitalismo e la scienza si sono combinati per fare sparire la natura e ciò che rimane dalla sparizione della natura è quello che chiamiamo il reale, cioè un resto, e per struttura disordinato. Si tocca il reale da tutte le parti, secondo il progredire del binario capitalismo-scienza, in modo disordinato, casuale, senza che si possa recuperare un'idea di armonia.

Ci fu un tempo, in cui Lacan insegnava l'inconscio come un sapere nel reale, ed era quando diceva che l'inconscio era strutturato come un linguaggio. In quest'epoca cercava leggi della parola, le leggi del significante, il rapporto di causa-effetto tra significante e significato, tra metafora e metonimia. Presentava e ordinava questo sapere in grafi, sotto la preminenza del Nome del Padre nella clinica e sotto l'ordinamento fallico della libido.

Ma subito si aprì ad un'altra dimensione con lalingua in quanto ci sono leggi del linguaggio, ma non ci sono leggi della dispersione e della diversità delle lingue. Ogni lingua si forma per effetto delle contingenze e del caso. In questa dimensione l'inconscio tradizionale – per noi l'inconscio freudiano –, ci appare come una elucubrazione di sapere su un reale; una elucubrazione transferale di sapere, quando si sovrappone a questo reale la funzione di soggetto supposto sapere, che un altro essere vivente si presta ad incarnare. È l'inconscio che si può mettere in ordine in quanto discorso, ma solo nell'esperienza analitica. Dirò che l'elocubrazione transferale consiste nel dare senso alla libido, che è la condizione che permette all'inconscio di essere interpretabile. Ciò suppone una interpretazione previa, cioè, che sia l'inconscio stesso a interpretare.

Cosa interpreta l'inconscio? Per poter rispondere a questa domanda bisogna introdurre un termine, una parola. Questa parola è "il reale". Nel transfert si introduce il soggetto supposto sapere per interpretare il reale. A partire di lì si costituisce un sapere, non nel reale, ma sulreale. Collochiamo qui l'aforisma "il reale è privo di senso". "Non avere senso" è un criterio del reale in quanto è solo quando uno è arrivato al fuori senso che può pensare d'essere uscito dalle narrazioni prodotte dal voler dire. "Il reale è privo di senso" è equivalente al reale che non risponde a nessun voler dire. Il senso gli sfugge. C'è donazione di senso attraverso un'elucubrazione fantasmatica.

Le testimonianze di passe, quelle gioie dei nostri Congressi, sono racconti delle elucubrazioni fantasmatiche di qualcuno e di come si esprime e si rifà l'esperienza analitica per ridursi a un nucleo, a un povero reale, che perde nitidezza nel puro incontro con lalingua e i suoi effetti di godimento nel corpo. Si disfa come un puro shock pulsionale. Il reale, inteso così, non è un cosmo, non è un mondo, nemmeno un ordine: è un pezzo, un frammento asistematico, in quanto separato dal sapere fittizio che si sarebbe prodotto a partire da quell'incontro. E questo incontro di lalingua e del corpo non risponde a nessuna legge precedente, è contingente e sempre perverso. È quell'incontro e le sue conseguenze, perché quell'incontro si traduce in una deviazione del godimento rispetto a ciò che il godimento dovrebbe essere, che continua a mantenersi vigente come sogno.

Il reale inventato da Lacan non è il reale della scienza, è un reale affidato al caso e alla contingenza, in quanto manca la legge naturale del rapporto dei sessi. È un buco nel sapere incluso nel reale. Lacan ha utilizzato il linguaggio matematico che è il più favorevole alla scienza. Nelle formule della sessuazione, ad esempio, ha cercato di captare le vie senza uscita della sessualità in una trama di logica matematica. E questo è stato un tentativo eroico di fare della psicoanalisi una scienza del reale come lo è la logica. Ma questo non si può fare senza imprigionare il godimento nella funzione fallica, in un simbolo. Implica una simbolizzazione del reale, implica che ci si riferisca al rapporto binario uomo-donna come se gli esseri viventi potessero essere suddivisi in modo così nitido, quando vediamo già nel reale del XXI° secolo un disordine crescente della sessuazione.

Già questa è una costruzione secondaria che interviene dopo lo scontro iniziale del corpo conlalingua, che costituisce un reale senza legge, senza regola logica. La logica si introduce solamente dopo, con l'elucubrazione, il fantasma, il soggetto supposto sapere e con la psicoanalisi.

Finora, sotto l'ispirazione del XX° secolo, i nostri casi clinici, così come li esprimiamo, sono costruzioni logico-cliniche sotto transfert. Però il rapporto causa-effetto è un pregiudizio scientifico appoggiato al soggetto supposto sapere. Il rapporto causa-effetto non vale al livello del reale senza legge, non vale se non con una rottura tra causa ed effetto.

Lacan lo diceva come una battuta: "se si capisce come funziona un'interpretazione, non è più un'interpretazione analitica". Nella psicoanalisi, così come Lacan ci invita a praticarla si sperimenta la rottura del vincolo causa-effetto, l'opacità del vincolo, ed è per questo che parliamo di inconscio.

Lo dirò in altro modo. La psicoanalisi scorre a livello del rimosso e dell'interpretazione di questo rimosso grazie al soggetto supposto sapere. Però nel XXI° secolo la psicoanalisi deve esplorare un'altra dimensione: quella della difesa contro il reale senza legge e senza senso. Lacan indica questa direzione con la nozione di reale, come fa Freud con il concetto mitologico di pulsione. L'inconscio lacaniano, quello dell'ultimo Lacan, si trova a livello del reale, e diremo per comodità che sta sotto l'inconscio freudiano, in modo che, per entrare nel XXI° secolo, la nostra clinica dovrà trovare il suo centro nello smontare la difesa, e nel disordinare la difesa contro il reale.

In un'analisi, l'inconscio transferale è già una difesa contro il reale, perché mantiene viva un'intenzione, un voler dire, un volere che mi dica qualcosa, mentre l'inconscio reale non è intenzionale, ma sta nella modalità del "è così" – è come il nostro "Amen".

Varie domande si apriranno per noi nel prossimo Congresso, la ridefinizione del desiderio dell'analista che non è un desiderio puro, come dice Lacan, non è una pura metonimia infinita, ma ci appare come il desiderio di raggiungere il reale, di ridurre l'Altro al suo reale e di liberarlo dal senso.

Aggiungerò che Lacan cercò di rappresentare il reale come nodo borromeo. Ci chiediamo che valore abbia questa rappresentazione, a cosa ci serva ora. A Lacan questo nodo, la passione per il nodo borromeo, è servita per giungere a quella zona irrimediabile dell'esistenza, la stessa zona dell'Edipo a Colono, nella quale si presenta l'assenza assoluta di carità, di fraternità, di qualsiasi sentimento umano.

Lì ci porta la ricerca del reale spogliato del senso. Grazie.

Buenos Aires, 26 aprile 2012

Revision Italiano: Leonardo Gorostiza
Desgrabación: Paula Danziger
Traduzione: Erminia Macola

  1. Conferenza tenuta da Jacques-Alain Miller nell' viii° Congresso dell'amp à Buenos Aires, il 26 aprile 2012. Transcritta da Paula Danziger, rivista da Leonardo Gorostiza, tradotta in francese da Guy Briole, autorizzata da Jacques-Alain Miller. Traduzione italiana di Erminia Macola.
  2. J. Lacan, "Journal d'Ornicar ;?", in Ornicar ;?, n° 17-18, printemps 1979, p. 278.
  3. J. Lacan, La scienza e la verità, in Scritti, Einaudi, Torino vol. II.
  4. Cfr. F. Yates, The Occult Philosophy in the Elizabethan Age, Routledge Chapman & Hall; Nuova ;edizione (luglio 2001).
  5. A. Koiré, Etudes d'histoire de la pensée scientifique (postumo), tr. parziale di Andrea Cavazzini, Filosofia e storia delle scienze, Mimesis, Milano 2003.
  6. "questo grandissimo libro [della natura] che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l'universo), non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri né quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intendere umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto?" Galileo Galilei, Opere, vol. VI. [NdT.] (Galileo Galilei, Opere VI)
  7. J. Lacan, Le Séminaire, Livre XXIV, L'insu que sait de L'Une-bévue s'aile à mourre, lezione del 15 febbraio 1977, inedito.
  8. J. Lacan, Il Seminario, Libro XXIII, Il Sinthomo, 1975-1976, Testo stabilito da J.-A. Miller, Edizione italiana a cura di Antonio Di Ciaccia, Astrolabio, Roma 2006, p. 126.
  9. K. Marx e F. Engels, Manifesto del partito comunista, 1848, in Il capitale, Editori riuniti, Roma 1964.